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ECUADOR E GALAPAGOS
- IL NOSTRO TOUR -

(27 novembre - 18 dicembre 2006)


Le nostre foto alle Galàpagos                            Le nostre foto in Ecuador


IL NOSTRO TOUR


Il nostro itinerario in Ecuador lungo la via dei vulcani
(Cordigliera delle Ande)

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Cartina Ecuador, Il nostro tour, Itinerario di viaggio, Percorso
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Il nostro tour alle Galapagos

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Cartina Galapagos, Il nostro tour, Itinerario crociera Poseidon, Percorso di viaggio
Cartina Galapagos, Il nostro tour, Itinerario crociera Poseidon, Percorso di viaggio


PARTENZA Lu27/11/2006 – RITORNO Lu18/12/2006


ECUADOR (– 6 ore rispetto all’Italia)

Lu 27/11 Volo Italia – Quito (alt. 2850m)
Siamo arrivati a Quito alle 22.55 (ora locale) e abbiamo preso un taxi che dall’aeroporto ci ha accompagnati fino al nostro albergo che avevo deciso di prenotare dall’Italia considerata l’ora di arrivo e la stanchezza accumulata durante 20 ore di viaggio. Il tragitto in taxi ci è costato 7 dollari.
Ho scelto di pernottare all’hotel San Francisco (e-mail: [email protected]) perché è situato nella città vecchia che, con le sue case coloniche, le chiese e i musei, rappresenta la parte più caratteristica e più bella della capitale. L’indomani mattina ci siamo trovati proprio al centro della zona che volevamo visitare evitando così di perdere tempo negli spostamenti con i mezzi. Molti turisti scelgono di soggiornare nella città nuova, più alla moda, ricca di localini notturni, piena di grandi catene alberghiere (Hilton, Sheraton,…) e, proprio per questo, assolutamente identica a grandi città come Milano, Roma, Parigi,…
All’hotel San Francisco ho prenotato per 2 notti. Il costo negoziato on line con Sara Paredes (l’unica dipendente dell’hotel che parla correntemente in inglese) è stato di 30US$ a notte per la suite matrimoniale (incluse le tasse e la colazione e l’accesso gratuito alla zona benessere). Non conoscendo gli standard ecuadoriani e arrivando la sera tardi avevamo deciso di andare sul sicuro prenotando un buon albergo e, dato che questo vantava il titolo di migliore della città vecchia, la scelta era ricaduta su di “lui”. In realtà, come avremo modo di vedere nel corso del nostro soggiorno in Ecuador, spesso gli alberghi più cari non sono quelli migliori.
L’albergo è un edificio coloniale interamente ristrutturato e si trova su una via molto bella di Quito, a due passi da tutto ciò che ci interessa visitare. Ha quindi una posizione strategica, perfetta se il tempo a disposizione per visitare la città non è molto (come nel nostro caso). Il lato positivo è che, pur essendo al centro della città, durante la notte non c’è nessun rumore grazie al fatto che è situato su una via chiusa al traffico. Le camere però sono molto piccole, spesso buie (alcune non hanno finestre ma si affacciano su un cortile interno molto curato e pieno di magnifici fiori), il letto è alla francese, l’acqua è calda, e la colazione buona (viene servita nel ristorante sottostante che ha una convenzione con l’hotel). Evitate la zona benessere dell’albergo (con Jacuzzi, sauna e bagno turco): è un po’ sporca e per giunta a pagamento.
Come avremo modo di notare l’indomani tutti gli alberghi della città vecchia hanno grate ovunque, perfino sui citofoni, e questo ci fa capire che i furti sono una pratica assai diffusa.


Ma 28/11 Quito
La mattina ci svegliamo prestissimo e, dopo aver fatto una lauta colazione, ci addentriamo nella città coloniale. Rimaniamo molto sorpresi perché le vie sono estremamente curate e vi sono operai ovunque che si occupano della ristrutturazione degli antichi edifici coloniali. La città è molto più bella di quello che ci aspettavamo e ci spiegano che tutte queste migliorie sono dovute alle politiche di governo che negli ultimi anni sono state tese al miglioramento urbano. Tra l’altro siamo arrivati in Ecuador in un momento particolare: è stato appena eletto il nuovo presidente, Correa, e c’è grande entusiasmo tra la popolazione.
Percorriamo l’itinerario a piedi che ci suggerisce la nostra preziosa guida Lonely Planet (quello a pag.110): attraversiamo la città alla scoperta delle chiese e degli edifici di epoca coloniale e delle più importanti piazze. Ci soffermiamo a visitare il Monastero di San Francisco (bellissimo) e la Plaza de la Independencia (curatissima). La città ci sembra sicura e trascorriamo la mattinata allegramente, tuttavia decidiamo di evitare accuratamente le zone a rischio furti (come il Panecillo).
Pranziamo nel ristorante in cui avevamo fatto colazione (quello sotto il nostro albergo) dove servono almuerzos al prezzo di 1,50 US$ a testa. Il pranzo ci soddisfa e, subito dopo, decidiamo di prendere un autobus che passa poco lontano dal nostro hotel e che ci porta alla teleferica. Il biglietto si fa a bordo e costa 1 dollaro a testa. Sul bus c’è un cartello con scritto El Teleferiqo. Arrivati sul posto compriamo i biglietti per salire in alta quota (4 dollari a testa, 7 se si vuole saltare la coda e prendere la corsia preferenziale): passeremo dai 2850 metri di Quito a 4100 metri.
Grazie alla teleferica arriviamo in un attimo alle pendici del vulcano Pichincha. Da quassù si vede tutta la città di Quito e, se il cielo è limpido, anche i vari vulcani (Chimborazo, Cotopaxi, Tungurahua,…). Tentiamo una breve passeggiata in quota, dato che ci sono tanti sentieri che partono da questo punto, ma ci manca il fiato: è troppo alto e il nostro fisico non si è ancora abituato. Decidiamo di scendere e tornare in albergo. L’indomani ci alzeremo presto per partire per le tanto sognate Galàpagos!

Vai alle foto di Quito



GALAPAGOS (– 7 ore rispetto all’Italia)

Me 29/11 Quito – Aeroporto Baltra (Galàpagos) – INIZIO CROCIERA - Day 1: Bachas (Isla Santa Cruz)
Ore 7.00 trasferimento all’aeroporto di Quito. Viene a prenderci all’albergo Denis, una persona mandata dall’agenzia “Galapagos Traveline”. Ci accompagna all’aeroporto e ci consegna il biglietto della crociera e i biglietti dei voli Quito/Galapagos/Guayaquil e Guayaquil/Cuenca. Ci lascia anche il suo numero di telefono, nel caso volessimo una guida per fare qualche escursione.
Il nostro volo parte alle 9.30 e in meno di tre ore arriviamo all’aeroporto di Baltra, dove ci attende la nostra guida: John, residente alle Galàpagos (beato lui!!!). All’aeroporto conosciamo i nostri compagni di crociera e di avventure: due olandesi, due svizzere-tedesche, due canadesi, due inglesi e due italiani (noi!). Il gruppo è eterogeneo e le persone sono tutte simpatiche. La lingua ufficiale d’ora in poi sarà l’inglese: così tutti possono capire. Ovviamente l’equipaggio (eccetto la nostra guida) parla solo lo spagnolo.
Dopo un breve tragitto in autobus arriviamo al molo in cui è attraccata la nostra barca. Dei leoni marini stanno comodamente “seduti” sulle panchine e non ci degnano nemmeno di uno sguardo. Io sono euforica: sto per partire alla scoperta di 11 isole dell’arcipelago delle Galàpagos! Il mio sogno di bambina che diventa realtà! Le mie aspettative non saranno troppo alte? Per fortuna non sarà così, e ogni giorno questi luoghi incantevoli riusciranno a stupirmi e a commuovermi con le loro bellezze selvagge e incontaminate.
Dopo essere saliti a bordo del Poseidon ci vengono assegnate le cabine. Il caso vuole che noi siamo gli unici ad avere la valigia. Tutti gli altri le hanno lasciate sul continente e le riprenderanno a fine crociera. Noi non abbiamo potuto dato che saremmo tornati non a Quito ma a Guayaquil. Questo è un vero colpo di fortuna perché, a causa del nostro bagaglio “voluminoso” (trattasi di trolley catalogabile come bagaglio a mano), ci assegnano l’unica cabina sul ponte con porta e finestre sia in camera che in bagno. Dormiamo proprio accanto all’equipaggio e alla cabina di comando.
Le altre quattro cabine sono confinate sotto, sono più piccole della nostra (che è già minuscola), hanno un oblò piccolissimo e, soprattutto, c’è il rumore e la puzza del motore. Benedetta la valigia!!! Il tour inizia sotto i migliori auspici.
La nave è piccola, spartana ma confortevole. Vi sono tre piani: all’ultimo c’è un solarium con dei lettini per osservare il panorama e prendere il sole nonché un filo per stendere la biancheria (qualche molletta mi avrebbe fatto comodo, siamo tanti e ce ne sono poche). Nel ponte centrale c’è la cabina di comando, la cabina dell’equipaggio (6 persone) e la nostra, un cucinino e la saletta da pranzo/sala riunioni con un unico tavolo, il frigorifero e un piccolo bancone. Nel ponte sottostante vi sono le altre quattro cabine.
Mentre la nave salpa per condurci alla nostra prima meta – la spiaggia di Bachas sull’isola di Santa Cruz – John ci spiega le regole da osservare alle Galàpagos e il programma di oggi.
Sbarchiamo sulla spiaggia e iniziamo a vedere le prime meraviglie di queste isole: i granchietti rossi, azzurri e gialli che si stagliano sulla lava nera e mangiano le alghe (si vede perfino la bocca!), gli eleganti fenicotteri rosa che si reggono su una sola zampa (ma come fanno?), le iguane di mare, riconoscibili per la “cresta punk” sulla testa (le Galàpagos sono l’unico posto al mondo in cui vive questa specie).
In questa parte dell’isola le iguane marine sono completamente nere e creano un forte contrasto con la sabbia bianchissima di questa spiaggia. Sono piccole e innocue. Infatti sono vegetariane e il loro pasto preferito è a base di alghe. Non amano particolarmente l’acqua; perciò le vedrete quasi sempre stese al sole. Per fortuna! Perché trovarsele davanti all’improvviso mentre si nuota potrebbe farmi una certa impressione. In fin dei conti sembrano dei dinosauri in miniatura e sono un po’ bruttine (ma simpatiche!).
Andandocene vediamo anche un leone marino: com’è goffo e pesante quando saltella sulla spiaggia ma quando si trova nel suo elemento naturale (il mare) diventa sinuoso e leggiadro. Lo osserviamo giocare con le onde sulla riva e poi mentre si allontana facendosi pigramente trasportare dalle onde: sembra quasi che stia danzando tra i flutti.
Torniamo sulla barca e, appena si riparte per la navigazione, un gruppo di fregate ci segue e ne approfitta per riposarsi sulle travi del solarium. Sono a pochi centimetri dalle nostre teste, tutte nere col becco lungo e adunco (del resto sono della stessa famiglia degli avvoltoi) e i maschi hanno il gozzo rosso completamente sgonfio (lo gonfiano solo nel periodo dell’amore per conquistare le femmine). Come avremo modo di appurare nel corso di tutta la crociera nessun animale di queste isole ha paura di noi e tenta di scappare alla nostra vista. Qui l’uomo non è un temuto predatore.
Come prima (mezza) giornata non c’è male!

Vai alle foto di Bachas (Isla Santa Cruz)


Gi 30/11 Day 2: Isla Bartolomé – Puerto Egas (Isla San Salvador)
La giornata inizia con una bella passeggiata per arrivare al View Point dell’isola Bartolomé. Da quassù si può vedere un panorama veramente mozzafiato e avvistiamo anche l’incantevole spiaggetta dove fra poco andremo a fare il bagno. Infatti ogni giorno è previsto un po’ di snorkeling e relax sulla spiaggia tra un’escursione e l’altra.
Scendiamo estasiati dal belvedere e ci imbarchiamo di nuovo sul nostro panga per raggiungere la spiaggia. Appena sbarcati John ci conduce in un posto solitamente frequentato dai pinguini. Purtroppo ne vediamo solo uno in lontananza ma quando ci conduce in un’altra spiaggia di sabbia marrone assistiamo ad una scena commovente: una mamma leone marino che allatta il proprio cucciolo. E bisognerebbe vedere e sentire con quanta foga e forza succhia il piccolo! Osservo estasiata la scena (la prima di una lunga serie) e penso a quanto sono fortunati gli abitanti del luogo che ogni giorno possono assistere a questi spettacoli della natura.
Purtroppo dopo aver fatto un po’ di snorkeling tra pesci enormi e leoni marini dobbiamo andarcene. Partiamo quindi alla volta di Puerto Egas, sull’isola di San Salvador, dove ci attendono un sacco di sorprese. Appena sbarchiamo rimango colpita dal paesaggio circostante (enormi rocce nere
dalle forme particolari si stagliano sull’azzurro dell’oceano) ma soprattutto dalla fauna. Un’infinità di leoni marini, iguane e granchi popolano le insenature e le grotte di quest’isola. Sembra che tra loro ci sia una pacifica convivenza. Nessuna specie infastidisce l’altra e noi camminiamo tra loro indisturbati, li fotografiamo, riprendiamo,... Sembra addirittura che si mettano in posa. Le iguane qui sono diverse dall’isola di Bachas: sono tutte grige con la cresta bianca. Alcune hanno qualche chiazza arancione ma la cosa strana è che sono stese al sole e si appoggiano una sopra l’altra con fare bonario e pigro, senza scomporsi minimamente se qualcuna gli si mette sopra o se dei granchi passeggiano sulle loro code. Siamo circondati da decine e decine di iguane, granchi e leoni. I cuccioli di quest’ultimi sono simpaticissimi e molto teneri. In acqua vediamo il maschio dominante che controlla il suo territorio e se ci avviciniamo troppo emette suoni poco rassicuranti. Si tratta di un bestione di 3-4 quintali, quindi è meglio stargli alla larga.
Ci addentriamo nell’isola e troviamo un falco delle Galàpagos appollaiato su di una roccia. Siamo a mezzo metro da lui ma non si scompone minimamente. Lo fotografiamo e continuiamo il nostro percorso imbattendoci in altri gruppi di iguane e leoni marini che dobbiamo attraversare. Sembra un percorso ad ostacoli. Durante questa operazione io ho malauguratamente invaso il territorio di un’iguana marina che ha iniziato a sputarmi sul piede muovendo contemporaneamente su e giù la testa per spaventarmi. La cosa ha suscitato la mia ilarità ma mi sono allontanata subito. Per rispetto all’iguana, ovvio ;-).
Ad un certo punto, passando sopra ad una grotta, avvistiamo prima un leone che scivola leggero nell’acqua lasciandosi trasportare dalla corrente e poi un’enorme testuggine marina.
Quest’isola è veramente incredibile. Qui ho provato per la prima volta la sensazione di essere stata catapultata indietro nel tempo: a milioni di anni fa, quando ancora c’erano i dinosauri.

Vai alle foto dell’Isla Bartolomé  -  Vai alle foto di Puerto Egas (Isla San Salvador)


Ve 1/12 Day 3: Isla Rabida – Cerro Dragon (Isla Santa Cruz)
Anche questa mattina mi sono svegliata prestissimo a causa del fuso orario e del rumore dei leoni marini che ogni giorno all’alba fanno un grande concerto supportati anche dagli uccelli.
Siamo all’Isla Rabida. Appena guardo fuori dalla finestra mi trovo davanti ad un paesaggio meraviglioso, brullo e selvaggio. Una spiaggia rossa piena di leoni marini. Mi accorgo che John, la nostra guida, anche oggi si è alzato prima di noi per fare una ricognizione col panga e scoprire dove trovare gli animali: le specie più rare è ovvio, perchè qui di fauna ce n’è ovunque.
Partiamo per la prima escursione della giornata e, mentre mi appresto a salire sul panga, avvisto il mio primo pinguino. È proprio sotto alla nostra barca e ogni tanto fa capolino per salutarci. Quando John me ne fa vedere altri in lontananza io li scambio per delle papere. Penso che mi stia prendendo in giro perchè nuotano fuori dall’acqua proprio come delle paperelle. E invece sono pinguini!
Sbarchiamo su una spiaggia meravigliosa. La sabbia qui è rossa, anzi color mattone. Dei cuccioli di leone marino giocano allegramente e noi ci addentriamo nell’isola. Scopriamo la “laguna dei perdenti”, dove i maschi di leone marino che hanno perso la battaglia per la conquista delle femmine vengono confinati.
Il paesaggio di quest’isola è stranissimo: la vegetazione è di colore bianco sporco e contrasta con la terra rossiccia. Ci sono molti fichi d’india ma sono diversi dai nostri: hanno dei tronchi enormi, sembrano alberi. Quest’isola mi rapisce per la sua bellezza e le Galàpagos continuano a sorprendermi con panorami sempre diversi e meravigliosi.
Ci avviamo alla nostra barca per dirigerci verso Cerro Dragon, all’isola di Santa Cruz. Anche qui sbarchiamo su una spiaggia e facciamo una passeggiata durante la quale vediamo dei fenicotteri rosa e qualche iguana di terra (le prime!). Quest’ultime sono gialline con qualche chiazza marrone e cercano di mimetizzarsi sotto i rami.

Vai alle foto dell’Isla Rabida
 -  Vai alle foto di Cerro Dragon (Isla Santa Cruz)


Sa 2/12 Day 4: Estación Charles Darwin e Bahía Tortuga (Isla Santa Cruz)
Oggi visiteremo il posto più popolato di tutte le Galàpagos: Puerto Ayora. Qui avremo un po’ di tempo a nostra disposizione per telefonare, mandare e-mail, comprare generi di conforto (c’è un supermercato proprio al porto), ...
L’impatto con questa zona dell’isola è un po’ traumatico. Ormai ci eravamo abituati alla pace e al silenzio (rumore degli animali a parte ;-)), a posti selvaggi e incontaminati, all’assenza delle opere dell’uomo. Invece qui si respira un’atmosfera totalmente diversa. Negozi, ristoranti, alberghi, agenzie, macchine, autobus... insomma la cosiddetta civiltà. Che qui decisamente stona ed è un po’ troppo rumorosa per i nostri gusti. Ci avviamo subito all’Estación Charles Darwin: un luogo di cruciale importanza per la sopravvivenza di molte specie (specialmente le tartarughe). Il posto è molto bello e curato ma vedere tutti quegli animali in gabbia mi fa un effetto strano. Oramai mi ero abituata a vederli 
allo stato brado, che scorazzavano liberamente. Qui mi sembra di essere allo zoo.
Facciamo un salutino al “solitario George”, probabilmente la tartaruga gigante più famosa al mondo. Si tratta infatti dell’ultimo esemplare della sua specie (ogni isola ha specie endemiche). È stato trovato sull’Isla Pinta negli anni ‘70 e da allora cercano disperatamente di farlo accoppiare con una femmina per preservare la sua specie. Solo che lui non ne vuol sapere delle donne! Avrà avuto una cocente delusione amorosa? Nessuno lo sa ma le congetture si sprecano. Intanto per tutti è diventato “Lonely George”. Poveraccio! Avrà le sue buone ragioni se non vuole accoppiarsi.
Usciti dall’Estación Charles Darwin ci dirigiamo verso la megaspiaggia di Bahía Tortuga. Ci aspetta una luuunga passeggiata. Nel primo tratto percorriamo una strada, poi arriviamo all’entrata della spiaggia. Qui si entra in un gabbiotto in cui il guardiano ci fa firmare un libro riportando il nostro nome e l’ora di arrivo (al ritorno si scrive l’ora di uscita). Ci avviamo lungo il sentiero che ci condurrà alla spiaggia. È curatissimo, contornato da una rigogliosa vegetazione, e ci sono molte persone che vengono a fare footing, ma sembra non finire mai! Per fortuna ho portato l’acqua perchè qui non esiste nessun bar per rifornirsi. Finalmente arriviamo alla spiaggia e, sarà la fatica, ma la visione del mare e della sabbia bianca ci affascina. Questo prima di sapere che dobbiamo percorrere un altro po’ di strada sul litorale. Così camminiamo ancora un po’ verso destra fino alla fine della spiaggia dove troviamo delle mangrovie e John ci indica un sentiero in cui vediamo enormi fichi d’india, svariate iguane marine, dei pellicani e (sorpresa!) le nostre prime sule dai piedi azzurri! Degli uccelli veramente buffi. Alla fine il sentiero sbuca su una baia protetta veramente spettacolare. È stato un po’ faticoso ma ne è valsa davvero la pena.
Ci stendiamo al sole e facciamo un bel bagno. Tra un’oretta dovremo tornare indietro e raggiungere il porto per partire verso nuove avventure. Decidiamo di eleggere questo posto meta privilegiata dei nostri due giorni di relax che ci prenderemo a fine crociera proprio su quest’isola.
Dopo cena John ci spiega (come sempre) il programma per il giorno dopo. Stavolta navigheremo per quasi tutta la notte perchè dobbiamo raggiungere le isole più a sud e il tragitto è lungo. Seguiamo il consiglio della nostra guida e prendiamo la Xamamina per il mal di mare. Durante la crociera io l’ho presa 4-5 volte, mio marito (che è un lupo di mare) l’ha dovuta prendere in un paio di occasioni. D’altronde si naviga in aperto oceano con un “guscio di noce”.
John appunta sulla lavagnetta le nostre escursioni per l’indomani ma noto con rammarico che non è previsto lo snorkeling a Corona del Diablo (un cratere sommerso strapieno di pesci). Chiedo quindi come mai non si farà e John si consulta col capitano per capire se il mare sarà mosso o meno (di solito in quella zona lo è). Il nostro programma viene quindi arricchito. Si andrà anche a Corona del Diablo!!!

Vai alle foto dell’Estación Charles Darwin e di Bahía Tortuga (Isla Santa Cruz)


Do 3/12 Day 5: Post Office Bay, Corona del Diablo, Punta Cormorant (Isla Floreana)
La nostra prima tappa di oggi è Post Office Bay sull’isola Floreana. Si tratta di un ufficio postale ante litteram che, nel corso dei secoli, serviva ai marinai (i balenieri soprattutto) per lasciare delle lettere per i propri famigliari. Chiunque passava alla baia del Post Office, guardava dentro il barile (ovvero, la cassetta delle lettere), controllava gli indirizzi e prendeva le buste più vicine alla sua destinazione per recapirle. Oggi questa antica tradizione continua e così anche noi ci divertiamo a guardare nella botte dove troviamo un sacchetto di plastica (per proteggere le missive dalle intemperie) contenente bigliettini, cartoline, lettere,... Non c’è nulla della nostra città, quindi non dovremo prelevare niente.
La nostra gita procede con la visita di una grotta lavica sottoranea. “Armati” di torcia ci addentriamo nelle viscere della terra. Tornati in superficie torniamo nella splendida spiaggia in cui eravamo sbarcati per fare il bagno in mezzo ai pinguini! Ce ne sono tantissimi e dato che io non posso toccare loro (le regole vanno rispettate), ma loro possono toccare me ;-), mi immergo strategicamente vicino ad uno scoglio pieno di pesci dove dei pinguini vengono a banchettare. I pinguini si tuffano e mangiano a volontà per niente infastiditi dalla mia presenza: che spettacolo straordinario! E poi continuano a passarmi tra le gambe, sfiorandomi e spesso toccandomi: come sono lisci! Ancora oggi mi commuovo pensando alle emozioni provate allora. Vi siete mai trovati sott’acqua faccia a faccia con un pinguino? È uno degli esseri più dolci e buffi che abbia mai visto.
Quando esco dall’acqua ci divertiamo ad osservare le picchiate dei pellicani che si tuffano per catturare i pesci.
Ancora in estasi per l’esperienza vissuta riprendiamo il panga per andare a raggiungere un punto panoramico che si trova poco più in là. Mentre stiamo accostando alla riva John ci indica due testuggini che si stanno accoppiano sott’acqua. Sbarchiamo e con una breve ma ripida passeggiata raggiungiamo il View Point. Non ci sono parole per descrivere il paesaggio: la spiaggia bianca, le sfumature del mare, la costa brulla e selvaggia. Questo è il paradiso!!! E ci siamo solo noi! Non si vede nemmeno un turista o una barca, perchè in pochi si avventurano così a sud.
Questa splendida giornata non è ancora finita. Stavolta ci dirigiamo alla Corona del Diablo per fare snorkeling. Si tratta di uno dei siti marini più incredibili dell’intero arcipelago delle Galàpagos: la sua fama ci era nota e per fortuna non ci delude. Da lontano vediamo il cratere che fuorisce dal mare (che è un po’ mosso). Sopra le sue rocce nidificano moltissimi uccelli. Appena arrivati sul posto John si tuffa per primo e ci guida all’interno del cratere. Il posto è molto bello, il mare pullula di pesci enormi e colorati e vediamo anche uno squalo. Valeva davvero la pena venire fino a qui.
Dopo una bella nuotata tra la fauna marina risaliamo sul panga per dirigerci verso la nostra ultima tappa: Punta Cormorant. È l’ora del tramonto e appena sbarcati ci dirigiamo alla laguna dei fenicotteri da dove, grazie ad un punto sopraelevato, vediamo l’enorme laguna e moltissimi fenicotteri rosa. Il posto è veramente magico. Scattiamo le foto di rito e John ci conduce in una spiaggia in cui solitamente le tartarughe vanno a dormire. E in effetti c’è un’enorme testuggine che sta dormendo sul bagnasciuga. Ci avviciniamo in religioso silenzio ma lei si sveglia. “Che scocciatori!”, avrà pensato. Dopo averci osservati per qualche minuto decide che in quel luogo non si può più dormire e si avvia goffamente al mare lasciando una lunga scia dietro di sè.
Che giornata indimenticabile!

Vai alle foto di Isla Floreana


Lu 4/12 Day 6: Punta Suárez e Bahía Gardner (Isla Española) – Puerto Baquerizo Moreno (Isla San Cristobal)
Anche questa mattina ci svegliamo presto. Stavolta esploreremo l’Isla Española. Appena sbarchiamo però abbiamo un piccolissimo problemino tecnico: il molo è completamente invaso dai leoni marini e passare senza calpestarli è difficile. John scende per primo e ne spinge qualcuno in acqua riuscendo a creare una zona di passaggio. Gli altri leoni marini non si sono spostati neanche di un millimetro e quindi passiamo tra loro, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi. Non ci degnano nemmeno di uno sguardo e continuano a sonnecchiare beati. Che posto!
Proseguiamo verso la spiaggia e vediamo subito delle iguane marine dai colori alquanto bizzarri: sono rosse con alcune macchie scure (nere o grige) e hanno la cresta... verde FOSFORESCENTE! La natura non finisce mai di sorprendermi.
Ci incamminiamo lungo un sentiero che ci porta all’interno di quest’isola che viene giustamente chiamata “l’isola degli uccelli”. Infatti qui nidificano moltissime specie. Lungo il nostro percorso incontriamo centinaia di sule mascherate e sule dai piedi azzurri e la cosa che ci stupisce di più è che quando passiamo loro accanto (a pochi centimetri!) o ci avviciniamo per fare delle foto non volano via. Credo che potrei perfino toccarle (ma non si può!) e loro non si sposterebbero di un millimetro.
La nostra passeggiata si conclude con l’avvistamento dei meravigliosi albatross: gli uccelli più grandi del mondo che nidificano in quest’isola da marzo a dicembre.
Torniamo alla barca felici e ci dirigiamo all’ultima visita della giornata: Puerto Baquerizo Moreno sull’isola San Cristobal. Qui vivono le sule dai piedi rossi che purtroppo noi non vedremo perchè si trovano dall’altra parte dell’isola. John ci accompagna in un museo e poi ci lascia un po’ di tempo libero per esplorare il posto. Noi ci dirigiamo alla spiaggia e notiamo che qui i bambini invece di giocare col cane in riva al mare giocano con i leoni marini! La cosa per loro è normalissima ma a noi fa un effetto strano e ci diverte molto.

Vai alle foto dell’Isla Española


Ma 5/12 Day 7: Santa Fé – South Plaza
Siamo al settimo giorno di crociera e onestamente, dopo tutto quello che ho visto finora (soprattutto negli ultimi giorni), mi sembra difficile avere ancora delle sorprese. Ma invece mi sbaglio di grosso. Perché queste isole non finiscono mai di stupire.
Questa mattina ci incamminiamo prima di colazione (per fortuna ho i miei biscotti!) per evitare il flusso di barche che solitamente arrivano intorno alle 9. Stiamo per scoprire l’isola di Santa Fè e in particolare stiamo andando “a caccia” di un’iguana terrestre che vive solo qui. Qui in ogni isola ci sono specie endemiche non presenti in altre isole distanti solo pochi chilometri.
Ci incamminiamo lungo il sentiero abbastanza erto, vediamo dei paesaggi stupendi della costa e facciamo i primi incontri: due iguane ci accolgono per darci il benvenuto. Sono gialle, anzi, dorate e hanno delle chiazze marrone chiaro sul corpo. Intorno al collo c’è una piccola sfumatura celeste chiaro. Sono solo le prime di una lunga serie. Nel corso della nostra passeggiata ne incontreremo molte altre.
Torniamo sulla barca dove finalmente si mangia: la colazione è il nostro pasto preferito a bordo, perché ogni giorno il cuoco ci prepara dei meravigliosi pancake, frittate, pane tostato, marmellate locali, burro d’arachidi,… Mentre gli altri pasti vedono spesso protagoniste pietanze locali non sempre di nostro gradimento. O meglio, dopo una settimana non ne possiamo più.
Dopo la lauta colazione ripartiamo verso la piccola isola di South Plaza. Qui ci aspetta un paesaggio sorprendente. L’isola infatti è ricoperta di enormi fichi d’india e presenta una gran varietà di colori: grigio, verde, bianco, ma il rosso della vegetazione predomina su tutto il resto e rende il panorama incantevole e veramente particolare. Sbarchiamo e percorriamo il sentiero che fiancheggia la costa e che in certi punti è a strapiombo sul mare: la scogliera è molto alta e quindi si ha un punto di osservazione privilegiato.
Alla fine del nostro tour ci fermiamo ad osservare i leoni marini e gruppi di iguane terrestri che aspettano sotto l’ombra dei fichi d’india che il loro cibo prediletto si decida a cadere dall’albero. Qualcuna meno paziente si arrampica temerariamente e qualcun’altra fa un bel tonfo provandoci.
Anche queste iguane hanno delle peculiarità diverse dalle loro cugine delle altre isole. Hanno infatti il dorso grigio mentre la pancia è di un giallo intensissimo.

Vai alle foto di Santa Fè  -  Vai alle foto di South Plaza


Me 6/12 Day 8: Seymour Norte – Baltra - FINE CROCIERA – Isla Santa Cruz
È il nostro ultimo giorno di crociera. Che tristezza...
Prima di andare all’aeroporto ci aspetta però l’escusione a Seymour Norte. Appena sbarcati ci accolgono, come sempre, i leoni marini. Ci addentriamo su quest’isola in cui vivono moltissime colonie di uccelli: soprattutto sule e fregate. Per la prima volta vediamo le fregate con il gozzo rosso gonfio: è enorme e crea un fortissimo contrasto col piumaggio nero. Inoltre vi sono fregate di tutti i tipi e colori: la maggior parte sono completamente nere ma alcune hanno la testa bianca oppure marrone. Il becco è veramente lungo e adunco, si vede che appartengono alla stessa famiglia degli avvoltoi.
Concludiamo la nostra passeggiata e ci dirigiamo con la nostra “nave” a Baltra dove il nostro gruppetto si separerà: prenderanno tutti il volo per il continente, mentre noi resteremo per un paio di giorni alle Galàpagos. John ci accompagna e, arrivati all’aeroporto, ci fa mettere il timbro delle Galàpagos sul passaporto (se lo volete dovete richiederlo). Salutiamo tutti e ci avviamo verso l’Isla Santa Cruz. Dall’aeroporto prendiamo un autobus che ci porta gratuitamente al porto di Baltra. Da lì un traghetto (il biglietto si fa a bordo e costa 0,50 US$ a testa) ci porta in pochi minuti sull’altra sponda: siamo a Santa Cruz. Prendiamo un autobus per arrivare a Puerto Ayora (il biglietto si fa a bordo e costa 1,80 a testa).
Durante il tragitto in bus decidiamo che siamo troppo stanchi per andare all’Isla Isabela. Mi sarebbe piaciuto tanto vedere anche quest’isola ma abbiamo solo 2 giorni di tempo.
Se volete andare all’Isla Isabela basta andare a Puerto Ayora (Isla Santa Cruz) e sul lungomare ci sono molte agenzie che vendono i biglietti per il traghetto. Credo ci vogliano 3-4 ore per arrivare a destinazione e ogni giorno dovrebbero esserci delle barche che fanno questo tragitto.
Noi decidiamo di rilassarci per un paio di giorni prima di ripartire per il continente dove ci aspetta un altro tour faticosissimo. Optiamo quindi per un albergo carino: l’Hotel Fiesta (40 US$ in due, non a testa, con colazione inclusa). L’albergo è ben posizionato (fuori dal caos del centro e sulla strada per andare alla spiaggia di Bahìa Tortuga), ha un giardino molto curato, l’aria condizionata e una mega doccia. Dopo una settimana passata a lavarsi in un bagnetto piccolissimo e con un tubo-doccino ci sembra davvero un grande lusso. Solo ora ci rendiamo conto di quante piccole comodità mancavano sulla barca. Prima eravamo così appagati da flora e fauna da non notare nemmeno queste piccole cose. Tra l’altro iniziamo ad avere un po’ di mal di terra, sensazione strana mai provata prima (ti gira tutto).
Nel pomeriggio andiamo in un’agenzia della Tame (sul lungomare) e confermiamo il volo interno (Baltra-Guayaquil). Esploriamo la cittadina, scarichiamo la posta, telefoniamo, andiamo al supermercato. Insomma, sbrighiamo un po’ di faccende con mooolta calma. La sera scegliamo un ristorante italiano perchè sentiamo la mancanza di pizza e pasta. Che volete, siamo i classici italiani :-). Troviamo sul lungomare “La dolce Italia” gestita proprio da un nostro connazionale e assagiamo la pasta (buona) e la pizza (un po’ deludente). La cena ci costa in tutto 38,50 US$. Dopo aver mangiato stramazziamo a letto.

Vai alle foto di Seymour Norte


Gi 7/12 Isla Santa Cruz
Questa giornata la trascorriamo spaparanzati sulla spiaggia di Bahìa Tortuga. Ci siamo portati acqua e viveri in abbondanza perché qui non c’è assolutamente nulla.
La sera ceniamo in un ristorante/pub che si trova sulla strada principale (purtroppo mi sono scordata di annotare il nome!). Prendiamo due pizze, una bibita, una birra e due patate fritte per la modica cifra di 18 US$.


Ve 8/12 Galàpagos – Guayaquil - Cuenca
Questa è una giornata di spostamenti. E purtroppo devo dire addio alle mie amatissime Galàpagos. Chissà se ci ritornerò un giorno …
La mattina viene a prenderci un taxi all’albergo e ci porta (per 1 dollaro) al Terminal degli autobus.
Ripercorriamo la stessa strada che avevamo fatto un paio di giorni fa: prendiamo il bus per il porto e poi il traghetto per l’isola di Baltra. Infine un altro bus ci conduce all’aeroporto dove prendiamo il volo per Guayaquil.



ECUADOR (– 6 ore rispetto all’Italia)

Ve 8/12 Galapagos – Guayaquil – Cuenca (alt. 2530m)
Il nostro volo per Guayaquil parte in orario e arriviamo a destinazione verso le 15.
Aspettiamo in aeroporto il volo successivo per Cuenca. Abbiamo deciso di fare il tratto Guayaquil-Cuenca in aereo perché il volo costa poco (49 dollari a testa) e ci permette di arrivare a Cuenca questa sera. In autobus saremmo dovuti partire domani e avremmo perso tutta la giornata che invece dedicheremo alla visita della città.
Arriviamo a Cuenca nel tardo pomeriggio e prendiamo un taxi (3US$) che dall’aeroporto ci accompagna all’Hostal el Monasterio (16US$ in due, non a testa, senza colazione). Arrivati all’albergo chiediamo se hanno una camera matrimoniale e alla loro risposta affermativa cominciamo a salire le scale (l’ascensore è perennemente fuori uso). La salita è un po’ faticosa (sono 6 piani) perché siamo a 2530 metri e il nostro fisico deve ancora abituarsi: ci manca il fiato. Arrivati all’ultimo piano il ragazzo ci porta sul terrazzo accanto alla reception e godiamo di un fantastico tramonto su questa splendida città coloniale: gli edifici perfettamente restaurati, i tetti di tegole rosse, la piazza del mercato (per la verità l’unica cosa che stona in questo contesto), la Chiesa di San Francesco e la meravigliosa cattedrale nuova con le sue cupole azzurre che ci sembra di poter quasi toccare dato che confina con l’edificio del nostro albergo. In lontananza spiccano le montagne e la vegetazione.
Ci facciamo mostrare la camera che è spartana ma pulita. C’è anche una cucina in comune con grandi vetrate sulla città. Per fortuna ci siamo portati i tappi perché il rumore del traffico e del mercato possono essere fastidiosi. Siamo al confine con la zona malfamata di Cuenca e quindi la sera è consigliato non uscire a meno che non si faccia venire un taxi sotto all’albergo.


Sa 9/12 Cuenca
La giornata inizia col soddisfacimento dei nostri bisogni primari. Quindi si parte alla ricerca di un posto in cui poter fare colazione. Compriamo dei dolci in una pasticceria, un po’ di caffè e facciamo colazione in un giardino del centro, comodamente seduti su una panchina.
Con la pancia piena iniziamo ad esplorare la città “armati” della nostra preziosa guida Lonely Planet. Anche qui il centro storico è molto curato: molto bella la Catedral de la Inmaculada Concepciòn anche se io mi sono ormai perdutamente innamorata delle splendide cupole azzurre della Nuova Cattedrale.
Vediamo polizia un po’ ovunque, quindi ci sentiamo estremamente sicuri.
Dopo aver girato il centro ci dirigiamo nella zona del mercato per vedere i famosissimi negozietti di panama (avete presente il cappello bianco che portava sempre Pavarotti?).
Cuenca è uno dei centri migliori per acquistare questi cappelli intrecciati a mano con le fibre di una palma. Andiamo a conoscere il più famoso cappellaio della città: Alberto Pulla, un simpatico e anziano signore che fa questo mestiere dall’età di sei anni. Entriamo nel suo negozio e lui nota subito la Lonely Planet che abbiamo in mano e ci dice che lui viene segnalato nella guida. Noi lo sappiamo: siamo lì per questo.
Alberto ci accompagna orgoglioso al piano superiore del suo negozio dove ci spiega come vengono fatti questi cappelli e ci fa vedere un album di foto e cartoline che provengono da tutto il mondo: sono state mandate dai suoi clienti. Mi chiede di dove sono e troviamo perfino una cartolina col ponte di Bassano del Grappa (il mio luogo natio). Poi ci mostra una raccolta di articoli che parlano di lui: sono apparsi su vari giornali e riviste (anche italiane). Alla fine compriamo un panama e salutiamo Alberto.
Ci dirigiamo lungo le sponde del Rio Tomebamba dove le donne lavano ancora la biancheria a mano nell’acqua gelida del fiume e la mettono ad asciugare al sole posandola sui massi circostanti: per noi è una scena d’altri tempi. Percorriamo la passeggiata che costeggia il fiume e ci avviamo in un ristorante. Si è fatto tardi e siamo veramente affamati. Troviamo “La Fornace” (in via Borrero 8-29 tra Sucre e Bolivar) e per 4,90 US$ ci mangiamo due pizze (buone e la mozzarella è vera!) e prendiamo due bibite.
Giriamo un altro po’ per la città e poi ci avviamo all’albergo. Domani ci aspetta un lungo viaggio in autobus. Mi informo al nostro albergo sugli orari dei bus per il giorno dopo: ce n’è uno alle 8 per Ambato e poi dovremo prenderne un altro per Baños.
La scelta più comoda e logica per non fare chilometri in più sarebbe stata di andare prima a Riobamba per il tour sul trenino delle Ande ma purtroppo questa gita si può fare solo la domenica, il mercoledì e il venerdì: quindi dobbiamo rimandarla a mercoledì e, per non perdere tempo, esploreremo Baños.

Vai alle foto di Cuenca



Do 10/12 Cuenca – Baños (alt. 1800m) via Ambato
Questa mattina prendiamo un taxi (2 dollari) al nostro albergo per andare al terminal degli autobus dove scopriamo che ci sono tantissime compagnie che fanno il percorso che a noi interessa. E ciascuna ha prezzi e bus diversi. Dato che il viaggio sarà lungo (7 ore circa) optiamo per una corriera comoda (dell’Express Sucre Internacional): è nuovissima, c’è il bagno, la tv (qui è onnipresente), i sedili sono confortevoli ed è tutto pulito. Non ha nulla da invidiare alle lussuose corriere europee. E noi che ci aspettavamo le galline sul tetto! Cominciamo a capire che il vero terzo mondo siamo noi.
Paghiamo il biglietto Cuenca-Ambato al botteghino (7 dollari a testa) e ci assegnano i posti (sono numerati). Sedetevi sul lato sinistro per ammirare meglio il panorama. 
Durante il lungo viaggio abbiamo modo di assaporare con calma i paesaggi e di addentrarci negli usi e costumi locali. Molte persone si sono portate il pranzo: riso e cuy (il porcellino d’India), il piatto tipico di queste zone. Indossano tutti maglioni coloratissimi e hanno un fare bonario e gentile. A volte qualcuno ci osserva incuriosito: siamo gli unici turisti presenti quindi è normale.
L’autobus fa qualche sosta durante la quale è possibile comprare un po’ di frutta presso le bancarelle.
Arrivati ad Ambato la nostra corriera ci lascia sulla strada principale dove passa il bus per Baños. Quest’autobus è decisamente meno confortevole del precedente ma il tragitto è breve: un’oretta circa. Facciamo il biglietto a bordo (0,80 US$ a testa) e incontriamo una turista olandese con la quale facciamo subito amicizia decidendo di alloggiare presso lo stesso hotel.
Dall’autobus notiamo sul bordo della strada molta cenere e lava, resti della recente eruzione del Tungurahua (luglio 2006). Il vulcano fuma ancora adesso ma la situazione è tranquilla e sotto controllo. Nessuno stato di allerta da parte delle autorità locali.
Arrivati a Baños prendiamo un taxi (1 dollaro) per il nostro Hotel: il Santa Clara. La scelta è ricaduta su questa struttura perchè viene consentito l’uso dell’attrezzatissima cucina, è fuori dal centro della cittadina (quindi c’è pace e tranquillità) e vicinissima alle terme “La Piscina de la Virgen”. Appena arrivati notiamo subito il delizioso giardino su cui affacciano tutte le camere e la vista sulle montagne circostanti (si vede anche il vulcano). Il posto ci conquista subito ed entriamo per chiedere se ci sono camere libere. Dato che siamo in tre (quindi ci servono due camere) ci negoziamo la tariffa: 8 dollari a testa senza la colazione.
Andiamo subito al supermercato del centro, che dista 5 minuti, e facciamo la spesa per prepararci la cena. Compriamo frutta e verdura, pasta, vino,... Stasera si mangerà benissimo!
Facciamo anche un salto in una agenzia (ce ne sono tantissime) e ci negoziamo l’affitto di due biciclette per il giorno dopo al prezzo di 5 dollari l’una (per tutto il giorno).
Rientriamo in albergo e ci mettiamo a cucinare insieme alla nostra amica olandese. In cucina ci siamo solo noi. Prepariamo la tavola e offriamo un piatto di spaghetti al sugo anche alla ragazza della reception che sembra gradire.  


Lu 11/12 Baños – cascate del Rio Verde – Baños
Baños è una famosa cittadina termale e per questa ragione sarebbe meglio evitarla nei weekend quando gli ecuadoriani si riversano qui per un po’ di sano relax.
Questa città costituisce inoltre il portale d’ingresso per la giungla. Da qui partono escursioni giornaliere per andare nella foresta amazzonica. Ma noi abbiamo deciso di non farle perchè occorrono i vaccini per la malaria e l’idea non ci fa impazzire. Optiamo invece per un’altra meta altrettanto famosa: la gita in bicicletta per arrivare fino alle cascate del Rio Verde (20 km di discesa). Se si vuole proseguire la discesa continua fino a Puyo (60 Km).
La mattina ci prepariamo un’ottima colazione all’italiana (latte, caffè, biscotti e, dulcis in fundo, pane con la nutella) e il pranzo al sacco. Andiamo a ritirare le biciclette prenotate il giorno prima (ci danno anche i caschi e un kit di pronto intervento) e, dopo che il ragazzo ci ha forniti di cartina e ci ha spiegato l’itinerario, partiamo per questa nuova avventura!
La strada che dobbiamo percorrere per arrivare alle cascate è lunga 20 km (quasi tutti in discesa!) e su quasi tutto il percorso c’è una pista ciclabile. Il luogo ci affascina immediatamente: vallate, montagne, fiumi, cascate. La strada inoltre è costellata di belvedere (mirador in spagnolo) e, a parte alcuni escursionisti in bicicletta, non facciamo molti altri incontri.
Arriviamo finalmente all’ingresso della cascata: c’è un ristorante dove lasciamo le biciclette. Ci avviamo a piedi alle cascate, paghiamo il biglietto d’ingresso (1 dollaro a testa) e ci inoltriamo nel sentiero. C’è una vegetazione molto fitta (si vede che siamo vicini alla foresta amazzonica) ma la stradina è perfettamente sgombra e pulitissima. Finalmente ci troviamo davanti alla spettacolare cascata de El Pailòn del Diablo. La potenza dell’acqua è incredibile e la nuvola di pioggia che crea ci costringe a metterci subito i k-way per evitare di bagnarci come pulcini. C’è un belvedere da cui osservare El Pailòn del Diablo che scende fino alla fine della cascata. Il posto è incantevole, la vegetazione è lussureggiante, è pieno di fiori coloratissimi e si sente solo il rombo dell’acqua.
Torniamo indietro e ci avviamo fino al ponte sospeso per vedere la cascata da un’altra angolatura, infine ci incamminiamo verso il ristorante per prendere le nostre biciclette. A questo punto ci aspetta la strada del ritorno e la mega salita in bici che invece, come tutti gli altri turisti, decidiamo di saltare. Sì, perché i locali hanno organizzato un comodissimo sistema di trasporto dalle cascate fino a Baños: per la modica somma di 1,50 dollari a testa si viene caricati (insieme alla propria bici) su camionette apposite che si chiamano proprio “camionetas”. E ti caricano proprio sul cassone insieme alle bici e agli altri avventori: non vi aspettate comode poltrone e lussi.
Durante il tragitto sulla camionetta conosciamo un locale che si offre di accompagnarci a vedere il vulcano Tungurahua da un punto panoramico una volta arrivati a Baños. Così, a pomeriggio inoltrato, ci tocca un’altra gita in bici (stavolta tutta in salita) alla volta del vulcano che però offre un magnifico spettacolo: sbuffa e fuma arrabbiato!

Vai alle foto dell'escursione in bici


Ma 12/12 Baños – Ambato – Guaranda – Riobamba
(alt. 2670m) – Alausì
Questa mattina è una splendida giornata, il cielo è limpido, e quindi decidiamo di vedere il Chimborazo (6310m). Questo significa che invece di puntare direttamente ad Alausì seguiremo un percorso molto più lungo che ci permetterà di passare in mezzo ai vulcani (Chimborazo, Carihuaizaro) e di osservare le loro cime incappucciate di neve.
Partiamo verso le 9 da Baños e prendiamo un primo autobus che ci porta in un’ora ad Ambato (1 dollaro a testa). Poi prendiamo un altro bus per Guaranda (2 dollari a testa) e ci sediamo sul lato sinistro per vedere meglio la vetta del Chimborazo. Il tragitto è meraviglioso, chilometri e chilometri di selvaggia prateria andina (il “pàramo”), e la strada in certi tratti supera i 4000 metri di altezza. Vediamo dei lama che pascolano ai bordi della strada (gli unici animali a resistere a queste altitudini) e la cima ghiacciata del Chimborazo (la sua vetta è il punto più lontano dal centro della Terra).
Verso le 14 arriviamo a Guaranda. Scendiamo dall’autobus e, dopo aver pranzato, ci dirigiamo al terminal per prendere un altro bus fino a Riobamba.
Anche il tragitto Guaranda-Riobamba (2 dollari a testa) è suggestivo, però le nuvole si abbassano e conseguentemente non possiamo spaziare troppo con lo sguardo.
Molti turisti scelgono di fermarsi a Riobamba per prendere il famosissimo “Trenino delle Ande”. Parlando con le persone che avevano già fatto questo percorso quasi tutti ci hanno consigliato di fare solo il tratto Alausì-Simbambe in quanto si tratta del pezzo più suggestivo (c’è il Nariz del Diablo). Secondo molti turisti non vale proprio la pena percorrere tutto il tratto da Riobamba perchè sul tetto del treno fa molto freddo, si sta scomodi, bisogna fare una levataccia la mattina e il gioco non vale la candela. In più la stazione di Riobamba è affollatissima (perchè quasi tutti partono da lì) e trovare un posto sul tetto è difficile, specie se si arriva tardi. Molti, per evitare le code mattutine alla biglietteria, comprano il biglietto del treno la sera prima ma i posti non sono assegnati.
Noi decidiamo di ascoltare i consigli ricevuti e quindi, arrivati a Riobamba, prendiamo un altro autobus per Alausì (1,50 US$ a testa). In prossimità della città ci immergiamo in un’atmosfera surreale: le nuvole sono molto basse, sembra di poterle toccare, e si ha quasi l’impressione che l’autobus stia volando. Su questa piccola cittadina domina un’enorme statua di San Pietro che è stata posta su un promontorio.
Ci dirigiamo all’Hotel Panamericano e per 14 dollari prenotiamo una matrimoniale con colazione. Ceniamo in una sorta di fast food indigeno di fronte all’albergo (costo totale della cena: 6.30 US$) e facciamo una passeggiata sulla strada principale.

Vai alle foto del percorso in bus Ambato-Guaranda, Guaranda-Riobamba


Me 13/12 Alausì – Sibambe – Alausì – Riobamba – Latacunga (alt. 2800m)
Dopo colazione andiamo subito alla stazione per comprare i biglietti del Treno delle Ande (7,80 US$ a testa) che arriverà alle 9.30 da Riobamba. Dato che manca una mezzoretta decidiamo di fare una passeggiata per raggiungere la statua di San Pedro (San Pietro). Il percorso è breve ma dobbiamo salire un bel po’ di gradini. La vista che si gode da lassù però è straordinaria e totalmente inaspettata. Il panorama è a 360 gradi: si vede tutta la cittadina di Alausì e il binario del treno che prenderemo fra poco, ma la cosa veramente incantevole è la gradazione di colore delle montagne circostanti. Non so quante sfumature di verde e marrone siano visibili ma un bravo pittore forse riuscirebbe a rendere giustizia a questo luogo che sembra proprio un dipinto.
Scendiamo da questo belvedere e torniamo in stazione dove il treno arriva carico di passeggeri infreddoliti e bardati con cappelli di lana, guanti e piumini. Sono partiti da Riobamba alle 6 del mattino e sono sul tetto del treno in totale balia del vento gelido (ricordo che siamo in montagna a quasi 3000 metri). È strano vedere tutte quelle persone in cima al treno, coi piedi a penzoloni nel vuoto infilati in una bassa ringhiera. Qualcuno, che soffre di vertigini o ha freddo, si è rintanato dentro alla carrozza.
Il treno percorrerà il tratto Alausì-Simbambe per vedere il Nariz del Diablo e poi tornerà indietro, ripercorrendo quindi la stessa strada a ritroso. Noi ci dobbiamo sedere all’interno, essendo finiti i posti sul tetto. Ma non c’è nessun problema perché arrivati a Simbambe ci sarà il cambio: quelli sul tetto scenderanno e chi vorrà salire potrà farlo.
La ripidissima discesa da Alausì a Simbambe (quasi 1000 metri di dislivello) è mozzafiato: le rotaie corrono a strapiombo sulla montagna e si nota subito che la ferrovia è stata scavata nella roccia della catena andina. Deve essere stata veramente un’impresa, se si pensa che fu completata nel 1902. E infatti fu considerata la più incredibile opera di ingegneria ferroviaria che il mondo avesse mai visto. Un tempo arrivava fino a Guayaquil ma oggi rimane solo questo pezzetto: da Riobamba a Simbambe.
Attraversiamo numerosi tornanti fino ad arrivare a El Nariz del Diablo, un’enorme roccia a forma di narice. A questo punto c’è il cambio di posti e noi possiamo salire sopra il treno. Alcuni non hanno la benché minima intenzione di provare l’ebbrezza del tetto ma personalmente non vedo nessun pericolo: c’è una ringhiera che protegge i passeggeri e ti impedisce di cadere di sotto. È solo un problema di vertigini.
Scendiamo dal treno, saliamo sul tetto grazie ad una scaletta e noleggiamo (per 1 dollaro a testa) i cuscini per sederci su qualcosa di morbido, ci posizioniamo sul lato sinistro del treno per godere di un panorama migliore e… si parte per tornare ad Alausì! Sembra di stare coi piedi sospesi nel vuoto e a quest’ora non fa per niente freddo, quindi ci rilassiamo contenti della nostra scelta e ci gustiamo il panorama: montagne, valli, torrenti,... un vero spettacolo della natura.
Alla fine del nostro tour sul treno delle Ande andiamo in albergo a ritirare i bagagli e prendiamo l’autobus per Riobamba (1,50 US$ a testa) e poi un altro bus per Latacunga (2,50 US$ a testa). Arrivati a Latacunga un taxi ci accompagna (per 1 dollaro) all’hotel Cotopaxi, dove ci danno una camera matrimoniale nuovissima con la vista sul parco (per 16 dollari). L’unico problemino è il rumore del traffico e della musica che proviene dalla piazza sottostante, ma noi abbiamo i tappi per le orecchie.
Esploriamo un po’ questa ridente cittadina e andiamo a cena da “Buon Giorno” dove assaggiamo pizza e lasagne e prendiamo birra e aranciata al costo totale di 16 US$. Io mi sento un po’ nauseata dalle spezie locali: la lasagna ne era piena.
Domani dovremmo percorrere il circuito Quilotoa: si tratta di un loop che ci porterà al mercato di Saquisilì (che si svolge solo il giovedì), alla laguna Quilotoa per vedere il magnifico cratere e il lago al suo interno, e infine alle pendici del Cotopaxi che con i suoi 5897m è il vulcano attivo più alto del Mondo. Spostarsi con gli autobus è improponibile (sono pochi, non molto frequenti e nessuno percorre l’itinerario completo), a meno che non si voglia suddividere il percorso in due giorni pernottando nei pressi della laguna Quilotoa in alberghetti con camerate in comune. La soluzione migliore, se si vuole fare questo percorso in una giornata, è probabilmente l’affitto di un auto o di un taxi. E noi propendiamo per questa ipotesi. Io però non mi sento molto bene e quindi rimandiamo la decisione al mattino successivo.

Vai alle foto di Alausì e del Treno delle Ande


Gi 14/12 Latacunga – Quilotoa (alt. 3854m) – Latacunga
Latacunga – circuito Quilotoa – Latucunga: questo era il programma originario. Era, appunto. Perché dopo una notte insonne alle prese con febbre alta, vomito e diarrea, mi sembra difficile potermi muovere dal letto. Se non per arrivare fino al bagno …
La signora che dirige l’hotel Cotopaxi è gentilissima. Mi fa preparare del tè caldo e mette la cucina dell’albergo a disposizione di mio marito. Inoltre, nonostante abbia con me le medicine che mi occorrono, mi consiglia di prendere un farmaco che il suo medico dà sempre ai turisti che hanno problemi col cibo locale (in effetti le spezie mi hanno nauseata) e si offre di andare lei stessa in farmacia.
Non so se per merito della medicina in questione, ma in serata noto dei miglioramenti.
Forse domani riusciremo a rimetterci in viaggio: voglio assolutamente arrivare ad Otavalo perché devo fare gli acquisti per Natale. Mitad del mundo purtroppo lo salteremo ma almeno riuscirò a vedere un mercato locale.

Vai alle foto di Latacunga


Ve 15/12 Latacunga – Otavalo (alt. 2550m)
Questa mattina sto un po’ meglio. Sono riuscita anche a dormire un po’, quindi decidiamo di partire per Quito e, una volta arrivati lì, vedremo se riuscirò a proseguire fino ad Otavalo oppure no. Mio marito mi prepara un bel thermos di tè caldo e saliamo sul taxi (1 US$) che ci porta al terminal, dove prendiamo il bus per Quito (1,50 US$ a testa). Ci sediamo sul lato destro per vedere la bellissima laguna di San Pablo.
Io riesco pure a mangiare qualche biscottino inzuppato nel tè e nel complesso mi sento abbastanza bene perciò, arrivati a Quito, decidiamo di proseguire per Otavalo.
Prendiamo quindi un altro bus per questa meta (2 US$ a testa) e ci godiamo un fantastico panorama. Più ci avviciniamo alla cittadina di Otavalo più il paesaggio diventa incantevole. Una cordialissima ragazza mi indica i nomi dei laghi e delle montagne che attraversiamo, giustamente orgogliosa del suo luogo natio. Per fortuna non mi sono persa questo tragitto!!!
Arriviamo a destinazione dopo un paio d’ore circa e prendiamo un taxi (1 dollaro) che dalla Panamericana ci accompagna fino all’hotel Riviera Sucre. Chiediamo se hanno una camera e la signora ci fa scegliere quella che preferiamo (20US$ per la matrimoniale inclusa la colazione). L’alberghetto è incantevole. Si tratta infatti di un’antica casa coloniale perfettamente restaurata. All’interno c’è un giardino molto curato e noi prendiamo una camera con una splendida vista sulle montagne circostanti.
Il marito della proprietaria dell’hotel è un funzionario in pensione del consolato italiano in Ecuador e quindi parla benissimo la nostra lingua.
Andiamo a pranzo da “Il de Roma” presso l’Hostal Doña Esther (12,70 US$ totale pasto), un posto veramente delizioso e romantico. Io cerco di evitare le spezie ma sembra un’impresa quasi impossibile.
Nel pomeriggio esploriamo un po’ la città e ci rendiamo conto che il mercato è già presente, anche se in forma ridotta. Esploriamo le bancarelle e facciamo i primi acquisti. La contrattazione è d’obbligo ed è un’operazione a volte un po’ lunga ma ne vale la pena. Per pochissimi dollari si acquistano coloratissimi maglioni di alpaca, simpaticissimi cappelli di lana, guanti, sciarpe, poncho, arazzi, tovaglie,… Insomma di tutto e di più!
Ovviamente è bene acquistare presso la stessa bancarella più di un articolo, perché si riesce a farsi fare un prezzo migliore. Per farvi un esempio noi abbiamo pagato due cappelli, due paia di calzini e una borsa (tutto di lana) 10 dollari. Mentre in un’altra bancarella abbiamo acquistato solo un enorme e meraviglioso arazzo (sempre di lana) e quindi siamo riusciti a farci fare uno sconto minore: 20 dollari.
Nella piazza del mercato ci sono molti uffici di cambio e così cambiamo un po’ di contanti con banconote e monete di taglio più piccolo: sono fondamentali perché spesso per banconote più grosse (anche 10-20 dollari) le bancarelle non hanno il resto (o fingono di non averlo).
Andiamo in albergo perché io ho bisogno di riposare un po’ prima di cena. Ritorniamo al ristorante provato a pranzo e stavolta provo qualcosa di più consistente (ho fame!): un po’ di pesce, delle verdurine, ma purtroppo c’è sempre quel sapore strano. Paghiamo la cena (16 dollari) e ci avviamo all’albergo perché io ricomincio a stare male. Purtroppo inizio a vomitare di nuovo e quindi decidiamo che, fame o no, d’ora in poi mi nutrirò solamente di tè e biscotti. Il mio fisico evidentemente non sopporta più le spezie locali e non possiamo rischiare di non prendere il volo.

Vai alle foto di Otavalo


Sa 16/12 Otavalo - Quito
Sto molto meglio e ci avviamo al mercato di buon mattino. Infatti è bene andarci prima delle 10, ovvero prima che arrivino le orde di turisti che giungono da Quito per un’escursione giornaliera.
Finisco di acquistare i regali di Natale (e una valigia per metterceli!). Ai miei nipotini ho comprato delle cose veramente deliziose.
Ricordatevi che il mercato è una zona famosa per i furti (soprattutto a danno dei turisti). Quindi fate attenzione a soldi, telecamera, macchina fotografica e quant’altro. Noi non abbiamo avuto nessun problema e non ci è sembrato assolutamente rischioso ma, per precauzione, avevamo lasciato in albergo tutto (macchina fotografica inclusa) e portato solo soldi e documenti.
Potremmo anche fare una capatina a Mitad del mundo ma io preferisco non strafare. Domani ho un volo internazionale da prendere. Meglio andarci cauti. Ci avviamo quindi all’hotel per prendere i bagagli, e chiamiamo un taxi che ci porta fino all’autobus per Quito. Arrivati a Quito decidiamo di pernottare nella parte nuova, decisamente meno bella e caratteristica della vecchia (ve la sconsiglio). Troviamo una stanza matrimoniale al Lobo Verde per 18 dollari e andiamo a mangiare, o meglio, mio marito mangia e io osservo: una vera tortura!


Do 17/12 Quito – Italia
Sveglia all’alba per prendere il volo di ritorno. Un taxi ci porta all’aeroporto per 5 dollari. Arrivati lì ci mettiamo in coda per sbrigare le solite pratiche e poi andiamo all’ufficio doganale per pagare la tassa di uscita dall’Ecuador: 37,50 dollari a testa.
La nostra vacanza è finita e, malessere finale a parte, è stata stupenda e indimenticabile. Credo proprio che in futuro sarà difficile fare un viaggio altrettanto bello.


Lu 18/12/2006 Italia
Ore 8.10 arrivo a Roma Fiumicino.




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